12 Dic La salute emotiva
Quale spazio per l’affettività e l’emotività nella nostra società occidentale?
A partire dagli innumerevoli casi di cronaca sui femminicidi, oggi in Italia si è tornati a parlare di educazione all’affettività nelle scuole.
L’Italia è ad oggi uno dei pochi Paesi europei in cui l’educazione affettiva e sessuale non viene insegnata obbligatoriamente.
L’educazione affettiva, che ritengo sia fondamentale, ovviamente già a partire dalla famiglia, insegna a riconoscere le proprie emozioni, a contenerle e gestirle in modo sufficientemente sano, per potersi relazionare con gli altri.
Ma qual è l’importanza data al mondo emotivo nella nostra società?
Come possiamo educare all’affettività senza prima riconoscerne il valore e la centralità?
Credo che per poter “educare” all’affettività sia necessario riconoscere a priori e con convinzione il ruolo centrale svolto dagli affetti, dalle emozioni, dal nostro mondo interiore nel benessere dell’individuo e dell’umanità.
Non si può parlare di educazione agli affetti senza dare all’emotività e all’affettività il giusto peso, in primo luogo a livello sociale e culturale. Purtroppo, anche se qualcosa si sta muovendo in tale direzione, mi sembra che questo cambio di paradigma sia ancora lontano.
Eppure è sufficiente silenziare i rumori di fondo e soffermarsi di fronte agli spettacoli che la natura ci dona, lei sì, senza chiedere nulla in cambio, per accorgerci che un tramonto, un albero che si appoggia sulle rive di un fiume, ricoperto dalle mille foglie dai colori autunnali, riempiono il nostro essere più profondo di un senso di tranquillità, pace e appartenenza a un tutto, che attiene alla nostra essenza più autentica e misteriosa e dovrebbe essere coltivata con estrema cura.
E quale spazio per questa cura nel mondo occidentale?
Per la cura della nostra Anima?
Cosa s’intende per Salute?
L’OMS definisce la salute come uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente assenza di malattie o infermità.
La psicosomatica, campo comune alla medicina e alla psicologia, da più di un secolo ci dimostra quanto l’essere umano sia un sistema complesso formato da molteplici dimensioni: fisica, psichica, spirituale e emozionale.
Non si può più prescindere dal concetto dell’unità psicosomatica se vogliamo occuparci davvero e profondamente dei processi di cura e guarigione.
La malattia non è puramente un disturbo fisico, ma piuttosto un disturbo dell’intera persona, la quale include non soltanto il corpo ma anche la mente e le emozioni.
Le nostre emozioni e le loro componenti biologiche costituiscono un legame essenziale tra mente e corpo, e hanno un ruolo centrale nel determinare la salute e la malattia.
Sono ormai numerose le ricerche che dimostrano che le emozioni represse “finiscono” nel corpo e possono condurre a sintomi a carico di qualsiasi apparato.
A partire da questi presupposti, ne consegue che la guarigione autentica e completa passa necessariamente attraverso la cura delle ferite psichiche o il superamento dei blocchi emozionali, dei nodi esistenziali, degli schemi e delle credenze limitanti.
Stupisce che, nonostante questa evidenza, gli aspetti emotivi e psicologici spesso vengano messi in secondo piano, presi in considerazione solo nel momento in cui irrompono sulla scena in tutta la loro drammaticità e urgenza.
Ci spaventiamo e giustamente corriamo dal medico di fronte a un malessere che ci colpisce nel corpo, ci sottoponiamo a titolo preventivo ad esami e controlli, ma non prestiamo la stessa cura alla nostra salute emotiva e spesso ci dimentichiamo che “star bene” significa anche e soprattutto star bene con sé stessi, e dunque con gli altri, e che il modo in cui ci sentiamo interiormente ha delle inevitabili ricadute sul nostro corpo.
Prendersi cura della propria parte più profonda è un gesto d’amore verso Sé stessi e la vita.
Dovrebbe essere il punto di partenza, e un giorno spero che lo diventi, oggi mi sembra che solo quando la nostra interiorità urla per farsi ascoltare, attraverso attacchi di panico, fobie, disturbi alimentari, sintomi psicosomatici, ci si conceda la possibilità di gettare uno sguardo su di lei e farla parlare.
Non continuiamo a soffocarla, attraverso l’abuso di farmaci, o illudendoci che il progresso sia la felicità e l’economia il motore primario dell’esistenza, spostiamo lo sguardo sul nostro dentro, perché è lì che si annida il segreto dell’esistenza, o per lo meno la via per avvicinarlo.
Le giovani generazioni mi restituiscono un po’ di fiducia.
Perché se è pur vero che spesso arrivano in terapia spinte da sintomi, sembrano però sentire, senza la vergogna del passato, quanto possa essere importante aprire il proprio cuore all’interno della relazione terapeutica.
A volte ne hanno perso le chiavi, sepolte sotto i traguardi da raggiungere e le aspettative da non deludere, ma quando le ritrovano non le abbandoneranno più, perché aprire quella porta li inonda di Luce.
Non solo a loro, ma anche a chi li ascolta e riceve in dono la possibilità di accompagnarli per un tratto del cammino.
E tu come stai?
Qual è la storia che stai scrivendo nella tua vita?
Non dimenticare mai che le pagine che hai a disposizione non sono infinite.
Un giorno il tuo romanzo arriverà alla parola fine.
Spero che questa consapevolezza possa guidarti nel fluire del tuo racconto, così che, prima di riporlo sul comodino accanto al letto, tu possa chiudere gli occhi e sentire di aver vissuto e amato.
Durante la stesura, potrà capitarti di sentirti perso e smarrito, di non ritrovarti più nella trama, privo dell’ispirazione necessaria per proseguire.
Non demordere.
Riponi la penna e prova a fermarti.
Ascoltati…
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