Ogni professionista ha un modello teorico di riferimento che unito alle caratteristiche personali lo orienta nel modo di lavorare con le persone che incontra. Il modello teorico a cui mi riferisco è quello psicoanalitico, il cui presupposto fondamentale si snoda intorno alla scoperta che non tutto ciò che avviene nella mente umana è a un livello consapevole, ma che i fenomeni inconsci giocano un ruolo fondamentale nella vita psichica dell’individuo, esercitando una significativa influenza sul suo funzionamento mentale, cioè sul modo di essere, sentire e relazionarsi con gli altri.
Questa visione della mente umana ha dei risvolti molto importanti nella pratica clinica, poiché implica un’attenzione e una sensibilità da parte dello psicoterapeuta per le dimensioni emozionali e affettive nell’ascolto dell’altro, al fine di cogliere nel discorso manifesto il significato emotivo e interiore che la realtà esterna riveste per la persona. Non ci si ferma dunque alla realtà apparente, ma si cercano i significati altri, più profondi, in quanto i sintomi e i comportamenti disfunzionali vengono considerati manifestazioni esterne di processi inconsci che vanno avvicinati e compresi.
Lo psicoterapeuta lavora in affiancamento alla persona nella ricerca in comune degli aspetti sconosciuti che ostacolano lo sviluppo e la conoscenza. Ci si avvicina ai propri pazienti cercando di determinare cosa è unico in ciascuno di essi, in che modo un certo paziente sia diverso da altri, come risultato di una storia personale differente da ogni altra.
