La voce inascoltata degli adolescenti nei giorni del Covid-19 – Psicologa | Psicoterapeuta | Torino | Gran Madre
Oggi, a più di un anno di distanza dal primo lockdown, abbondano sui quotidiani notizie che ci ricordano che i giovani adolescenti stanno male, che ci parlano del loro malessere legati al Covid19.
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La voce inascoltata degli adolescenti nei giorni del Covid-19

La voce inascoltata degli adolescenti nei giorni del Covid-19

Oggi, a più di un anno di distanza dal primo lockdown, abbondano sui quotidiani notizie che ci ricordano che i giovani stanno male, che ci parlano del loro malessere.

Come potrebbe essere diversamente?

A malincuore, continuo a rendermi conto di quanto gli aspetti emotivi e psicologici che riguardano la salute delle persone vengano messi in secondo piano, presi in considerazione solo nel momento in cui irrompono sulla scena in tutta la loro drammaticità e urgenza.

La nostra società, così terribilmente angosciata dalla morte, nel disperato tentativo di sfuggirla e arginarla, rischia di non realizzare che sta producendo un altro tipo di morte, che non riguarda il corpo, ma la nostra psiche. Stiamo morendo dentro: privati delle nostre libertà, degli affetti, delle relazioni, della socialità, della dimensione del piacere, separati dai nostri cari nel momento dell’addio, chiusi nelle RSA senza il conforto e la vicinanza delle visite dei familiari.

I numeri dominano la scena, orientano le scelte e il modo di comunicare: il “quanto” (quanti tamponi giornalieri, quanti contagi, quanti posti in terapia intensiva, quanti decessi, quanti vaccini effettuati, quante multe in zona rossa) sembra essere diventato l’unico e indiscusso metro di misura delle nostre vite, mentre il “come” perde valore, importanza e significato.

Sepolta sotto il peso dei numeri, c’è un’emotività lacerata a cui le istituzioni non hanno saputo rivolgere uno sguardo attento e tempestivo, prima che il disagio iniziasse a manifestarsi.

E cosa dire dei nostri ragazzi?

Come è stato possibile non intuire gli effetti che la riduzione e soppressione degli spazi vitali dei giovani avrebbe provocato nel tempo, non prendere in considerazione quanto la loro anima ne avrebbe profondamente patito?

Soprattutto un’anima giovane, affamata di vita e relazioni, che ha un disperato bisogno del rapporto con il mondo esterno per portare a compimento quel compito evolutivo così complesso e delicato che riguarda il processo di separazione e individuazione dalle proprie figure genitoriali.

Lo sguardo adulto li ha totalmente ignorati e solo oggi, a partire dalle drammatiche conseguenze, sta finalmente acquisendo consapevolezza della ferita inferta sulle giovani generazioni.

Non entro nel merito delle misure adottate, perchè esula dagli intenti di questo articolo, dato però il loro forte impatto sulla vita delle persone, come cittadina, madre di un’adolescente, e psicoterapeuta, ritengo che sarebbe stato auspicabile, come minimo, affiancarle ad una serie di misure preventive, dedicando ampi spazi di ascolto, riflessione e pensiero soprattutto ai nostri giovani.

Non solo per spiegare l’uso delle mascherine e le regole d’ingresso nelle scuole, per il poco tempo in cui hanno potuto frequentarle, ma per offrire ai ragazzi la possibilità di esprimere come si sentivano di fronte a questa emergenza. Regole, indicazioni pratiche, norme e divieti, hanno totalmente soffocato la dimensione del sentire, a cui non è stata dedicata la minima cura e attenzione.

Se in una prima fase, il carattere di drammaticità e urgenza in cui siamo precipitati ha ovviamente impedito la possibilità di prendere in considerazione altri aspetti, oltre a quelli sanitari, colpisce che nel prosieguo dell’emergenza non si sia rivolta la dovuta attenzione alle componenti emotive e psicologiche legate all’impatto del Covid.

Quali potrebbero essere le innumerevoli ragioni di questa cecità e di questo ritardo, di questa incapacità di porre al centro la prevenzione, il pensare e l’agire prima, in modo da creare le basi e le fondamenta per arginare un crollo?

Sicuramente la scarsa considerazione che la società dei numeri nutre nei confronti dei molteplici aspetti che riguardano la salute dell’individuo, che dovrebbe essere intesa come benessere psico-fisico, e non solo come assenza di malattia.

E’ anche possibile che nella gestione dei giovani siano entrate in gioco dinamiche psicologiche più complesse legate a uno scontro generazionale.

Penso, ad esempio, alle modalità utilizzate nel rivolgere agli adolescenti critiche e rimproveri, facendoli sentire degli untori incuranti dei loro cari e instillando in loro il virus del senso di colpa.

Mi chiedo quanto, in quella modalità colpevolizzante e poco costruttiva, abbia potuto trovare libero sfogo quell’invidia inconscia che molti adulti nutrono nei confronti della dimensione ormai perduta della gioventù.

A partire da queste riflessioni, ho sentito il desiderio di offrire ad alcuni ragazzi uno spazio in cui potessero far sentire la loro voce, per raccontare a noi adulti, così sordi, ciechi e impauriti, come stanno vivendo questa emergenza sanitaria, di che cosa sentono la mancanza, quali sono le risorse che hanno attivato per far fronte alle difficoltà incontrate, cosa avrebbero desiderato si facesse di diverso per loro, e quali sogni hanno per il futuro.

Li ho incontrati per un colloquio, in assoluto anonimato, nel mio studio di psicoterapia.

In questo articolo lascio la parola a Giulia e Paolo.

Ascoltiamoli, con un pensiero rivolto a tutti gli adolescenti a cui avremmo dovuto offrire spazi di pensiero e ascolto.

 

Giulia,19 anni. Frequenta la quinta Liceo Scientifico. I suoi occhi emanano una luce radiosa che ha il sapore della vita.

T (Terapeuta): E’ da poco trascorso un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19, vorrei sapere come stai, come stai vivendo questa situazione?

G (Giulia): Ci sono molte diversità tra il primo lockdown e oggi. Il primo è stato improvviso, eravamo impreparati. Sono stati presi dei provvedimenti, come la chiusura, con l’obbiettivo di ritornare nel futuro ad una situazione di normalità. Pensavo che sarebbero serviti per uscirne. Oggi sento che non c’è più lo stesso spirito, la gente si è stufata. Se ti accorgi che certi provvedimenti non hanno funzionato, forse sarebbe stato opportuno pensare a qualcosa di diverso. Non saprei dare un’indicazione, però ho perso un po’ la fiducia nell’affrontare le chiusure con spirito positivo. Se all’inizio pensavo: “dai, tieni duro, poi passa”, oggi mi chiedo: “ma quando passa?”. Sono stufa di non poter avere una situazione di normalità.

T: Che cosa ti manca di più?

G: Noi siamo l’anno del 18, è scoppiato tutto in quell’anno. Non ho potuto festeggiare i 18 e i 19 anni, e l’anno scorso è saltata una vacanza a Barcellona a cui tenevo molto. So che molti ragazzi condividono questi dispiaceri, tra noi ne parliamo molto. Sono stufa e triste, però ho un’indole molto solare e questo lato del mio carattere mi aiuta ad affrontare le difficoltà.

T: Mi riaggancio a ciò che hai appena detto, perché vorrei sapere quali risorse hai attivato per far fronte a quest’anno complicato e se hai scoperto qualcosa di nuovo su di te?

G: La tristezza e il senso di pesantezza ovviamente restano, ho però ricercato, anche in una situazione così difficile, qualcosa che potesse non farmi vivere troppo male questi periodi di chiusura. Il primo lockdown per me è stato molto duro, i miei genitori e mio fratello hanno contratto il virus, ed è stato molto faticoso perché dovevo occuparmi di tutto. In quei giorni ho perso di vista la scuola e ho avuto una ricaduta negativa sui voti. Mi sentivo appesantita dalla situazione a casa e non riuscivo a gestire il resto. La prima persona che se n’è accorta è stata la mia professoressa di italiano: mi ha scritto una lettera perché aveva percepito la mia fatica senza che io le dicessi nulla.

T: Sembra che questa lettera ti abbia fatto molto piacere…

G: Sì molto. Se n’è resa conto lei, quasi prima di me. In un momento in cui mi sentivo molto isolata, mi ha fatto notare che mi vedeva molto distante e questo mi ha aiutata davvero tanto perché ho iniziato a esternare quello che mi stava succedendo. Ritornando al presente e alle risorse che ho attivato, dal momento che sono una persona molto socievole, che ama i contatti affettivi e fisici con gli altri, per far fronte a questa mancanza ho disegnato molto. Il disegno è una mia passione. E poi, tante videochiamate in compagnia.

T: C’è qualcosa che avresti desiderato si facesse di diverso per voi giovani che non è stato fatto?

G: Qui si entra in un terreno un po’ minato. Penso che all’inizio dell’emergenza il governo abbia fatto il necessario, ciò che era giusto si facesse in quel momento. Anche perché credo sia stato tutto molto complicato. Sul primo lockdown non ho nulla da dire. Con il passare del tempo credo che avrebbero dovuto tutelare maggiormente noi giovani, preservando la scuola e cercando di proteggere la nostra vita sociale e relazionale. Non so… E’ un discorso un po’ complicato. Penso tanto anche ai bambini, togliere loro la socialità e tenerli chiusi in casa può intaccare tanto, così come l’ho sentito su di me.

T: Quali sono Giulia i sogni per il tuo futuro?

G: Il prossimo anno vorrei fare scuola di restauro. Non sapevo ci fosse una scuola simile e, da quando mia mamma me ne ha parlato, me ne sono subito appassionata. Ho iniziato ad informarmi e sarebbe proprio il percorso che vorrei intraprendere. Solo che l’esame d’ammissione, per quanto riguarda le prove grafiche, è un po’ complicato per me che arrivo dallo scientifico e non dall’artistico. Sulla prova orale, invece, mi sento molto più tranquilla. Sono cresciuta immersa nei disegni di mia mamma, è un’artista, e anche per me il disegno è una passione vitale. Spero davvero di entrare…

“Grazie Giulia per le tue parole e soprattutto per aver ricordato a noi adulti quanto per voi ragazzi sia importante incontrare uno sguardo capace di vedervi , perchè  quando un genitore, un insegnante, un allenatore, si accorge di voi e di come state dentro, questo può rappresentare un aiuto importante, il punto da cui ripartire.

Grazie per la luce nei tuoi occhi”…

 

Paolo, 18 anni. Frequenta la quinta Liceo Scientifico. E’ molto alto e ha dei lunghi capelli neri raccolti in una coda. Il suo fisico imponente e robusto custodisce un’anima sensibile e profonda.

T (Terapeuta): E’ da poco trascorso un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19, vorrei sapere come stai e come stai vivendo questa situazione?

P (Paolo): Durante il primo lockdown sono stato bene, è stato quasi piacevole. Era brutto non poter giocare a rugby, uno dei motivi fondamentali per cui vivo, e non poter fare sport in generale. Però, due mesi di pausa da tutto sono stati quasi gradevoli, un’occasione di crescita personale. Ho stabilito un rapporto più forte con mia sorella, ed è anche cresciuto il rapporto con i miei genitori: siamo diventati più intimi, abbiamo parlato di tanti aspetti della mia vita. E’ anche cambiato il mio modo di considerare la cultura e la scuola. Mi sono reso conto che la scuola è una cosa bellissima, fino alla terza liceo la odiavo. Ho capito quanto sia utile e quanto mi mancasse. Prima la osteggiavo, adesso sto andando davvero meglio. Il primo lockdown mi è servito per capire delle cose su di me. Poi, da lì in avanti, è diventato tutto pessimo. Speravo fosse finita, mi ero illuso che dopo quei due mesi saremmo ritornati alla normalità. Così non è stato, ed è diventato tutto più pesante, soprattutto adesso. Oggi è veramente brutto. Sono appena iniziate le vacanze di Pasqua e non poter far nulla è veramente faticoso. Tutto ciò che mi piaceva fare non posso più farlo. Ingenuamente pensavo che il primo lockdown fosse sufficiente, che con gradualità saremmo tornati a una vita normale. Non avrei mai immaginato che dopo un anno ci saremmo ritrovati al punto di partenza.

T: Di che cosa oggi senti maggiormente la mancanza?

P: Gli amici, i viaggi insieme a loro, la possibilità di festeggiare i compleanni. Avevamo piani per andare a Barcellona e in giro per l’Europa, ed è tutto saltato. Inoltre, io adoro fare sport, il rugby è la mia passione, e sento proprio bisogno di fare movimento. Tutto questo mi manca terribilmente, forse è ciò che patisco di più.

T: A partire dalla fatica di tollerare queste profonde mancanze, senti di esser riuscito ad attivare delle risorse personali per far fronte alle difficoltà incontrate?

P: Sicuramente portare il cane a passeggio mi sta aiutando tantissimo. Ho conosciuto una ragazza al parco, anche lei ha un cane, adesso siamo diventati amici e alla sera andiamo insieme, ed è proprio piacevole. In generale, al parco si creano amicizie con molti altri proprietari di cani, e poter chiacchierare è bellissimo. E’ rimasto uno dei pochi momenti di socialità che posso avere. Il cane che avevamo prima è morto da tre anni, abbiamo aspettato un po’ e durante il primo lockdown abbiamo deciso di prenderne un altro. E’ una femmina, ed è fantastica. Sprigiona tantissimo amore e con la sua sola presenza mi è stata di grande aiuto. Il legame con lei è bellissimo. Entrambi i miei genitori sono veterinari, amano gli animali, ed io sono sempre cresciuto con i cani.

T: C’è qualcosa che avresti desiderato si facesse di diverso per voi giovani rispetto a ciò che è stato fatto?

P: In modo impulsivo direi assolutamente sì. Il mio lato impulsivo è alimentato dalla rabbia nei confronti del governo che mi ha tolto quasi tutto della vita che amavo, e così direbbe che per noi non è stato fatto quasi niente, che avrebbero potuto fare tanto di più. Mi sembra che abbiano privilegiato la vecchia generazione, dimenticandosi di noi. Mi verrebbe da dire che non è stata una scelta giusta, perchè noi adolescenti, insieme ai bambini, abbiamo perso tantissimo per garantire l’incolumità della vecchia generazione, sicuramente la più esposta ai rischi gravi del Covid. A questo punto, però, entra in gioco la parte razionale e credo che il governo non possa permetterci di fare certe cose proprio per garantire la salvaguardia delle vecchie generazioni. E’ una pandemia globale e ci sono dei sacrifici da fare. C’è gente che si è sacrificata molto di più rispetto a quanto abbia dovuto fare io. Questi due aspetti, l’impulsività e la razionalità, si combattono dentro di me…

T: Un’ultima curiosità… Quali sono Paolo i sogni per il tuo futuro?

P: Di sicuro vorrei fare chimica e lavorare nel campo della ricerca. E’ una materia in cui riesco molto bene, la capisco facilmente, e m’interessa moltissimo. In realtà, mi sentirei più propenso per Scienze Naturali, solo che offre pochi sbocchi lavorativi. Il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di fare lo zoologo. Adoro gli animali, a volte sono meglio di alcune persone. Non danneggiano gli altri, a differenza di quanto fanno gli uomini nella società odierna, dove alcuni pensano solo a comandare e soggiogare altre persone per interessi individuali. Nel rapporto con gli animali non ci sono filtri, sai con chiarezza cosa provano per te. Il mondo degli animali è davvero affascinante, solo che lo zoologo non ha molte possibilità a livello lavorativo. Ho quindi optato per la chimica, perchè credo possa offrirmi maggiori opportunità. A livello umano spero di riuscire a stringere nuovi legami con altre persone e a mantenere quelli che di oggi, perchè per me sono fantastici. Inoltre, vorrei riuscire a portare avanti la mia grande passione, il rugby.

Grazie Paolo per aver ricordato a noi adulti che per voi giovani, cresciuti nell’era di internet, i legami amicali continuano a rivestire un’importanza essenziale e imprescindibile.

Grazie per il tuo amore per i cani, animali capaci di insegnarci che nei legami può esistere una purezza svincolata da secondi fini.

E ancora grazie per averci ricordato che l’arduo compito verso cui dovremmo tendere è quello di muoverci verso una possibile integrazione tra istinto e ragione, senza rischiare di soffocare in modo totalizzante un aspetto sull’altare dell’altro.

 

Conclusioni

I ragazzi che ho incontrato in studio sono stufi, tristi, molto arrabbiati, con una fiducia incrinata nelle istituzioni, ma sanno mettere in parole le loro emozioni e conservano nel cuore un sogno verso cui tendere e per cui lottare. Nei loro occhi brilla ancora la luce della gioventù, accompagnata dalla speranza che prima o poi tutto questo passerà.

Accanto a loro esistono un’infinità di giovani che provengono da situazioni economiche e/o familiari molto più complesse, ed è probabilmente su di loro che l’esperienza del Covid andrà ad incidere in modo più traumatico, lasciando cicatrici profonde.

Chiusi nella loro stanza, con un senso di angoscia e vuoto che ne divora l’anima, alcuni si tagliano per lenire un dolore mentale insopportabile, altri hanno smesso di nutrirsi, altri ancora arrivano a compiere gesti estremi e disperati. Sono i ragazzi che prima del Covid lottavano per stare a galla e a cui abbiamo tolto tutti i salvagenti. Nei loro occhi la luce della gioventù si sta spegnendo.

E con un pensiero rivolto a loro e a tutti i bambini e i ragazzi, vittime non viste nella gestione dell’emergenza sanitaria, il mio augurio è che la società e la politica sappiano riconoscere la ferita inferta, e da lì ripartire verso una progettualità capace di avere a cuore le giovani generazioni.

Perché questo possa accadere è indispensabile che gli aspetti emotivi, psicologici e relazionali che ci rendono persone vive non vengano più così tristemente sottovalutati.



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