15 Nov Psicoterapia e cura degli attacchi di panico
Ascoltando le parole dei pazienti che soffrono di attacchi di panico, ho potuto sentire quanto l’angoscia da loro provata durante il primo attacco sia un’esperienza di un’intensità elevatissima da cui sono rimasti terrorizzati a tal punto che il pensiero che possa ripetersi sembra non abbandonarli più.
Dedico a loro e a tutte le persone che nella vita hanno sperimentato il terrore del panico questo articolo, consapevole delle fatiche, degli sforzi e delle limitazioni che il vivere con “la paura di un attacco” comporta, ma offrendo anche la speranza che attraverso un percorso psicoterapeutico si possano contattare, grazie a questo “nemico”, aspetti di sé a lungo repressi, e sviluppare una conoscenza del proprio mondo emotivo interiore che porterà a un rinnovato stato di benessere psicologico.
Cos’è l’attacco di panico?
L’attacco di panico è un evento caratterizzato dall’insorgenza improvvisa e inattesa di un fortissimo senso di paura, disagio ed ansia- che mediamente dura 10-20 minuti accompagnato da malessere e sintomi somatici e cognitivi.
I Sintomi somatici più comuni sono:
- Palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia
- Sudorazione
- Tremori
- Dispnea o sensazione di soffocamento
- Sensazione di asfissia
- Dolore o fastidio al petto
- Nausea o disturbi addominali
- Sensazioni di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento
- Brividi o vampate di calore
- Parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
La specificità dei sintomi somatici della crisi di panico non è costituita dalla loro qualità, ma dalla presentazione acuta: rapida insorgenza, breve durata e massima intensità.
I correlati cognitivi dell’attacco di panico presentano temi ricorrenti. La paura intensa provata dal soggetto durante l’attacco di panico si manifesta con uno o più di questi vissuti:
- Derealizzazione (sensazione di irrealtà): alterazione della percezione dell’ambiente circostante per cui il paziente lo percepisce in modo anomalo, con un senso di irrealtà o come in stato di sogno.
- Depersonalizzazione: alterazione della percezione del sé con esperienza soggettiva di sentirsi distaccato, come un osservatore esterno dei propri processi mentali o del proprio corpo.
- Paura di perdere il controllo: commettere un’azione riprovevole o tenere un comportamento imbarazzante.
- Paura di “impazzire”.
- Paura di morire.
Durante un attacco di panico, pensieri catastrofici automatici e incontrollati riempiono la mente della persona. Questa ha quindi difficoltà a pensare chiaramente e teme che tali sintomi siano veramente pericolosi. Alcuni temono che gli attacchi indichino la presenza di una malattia non diagnosticata, pericolosa per la vita (per es. cardiopatia, epilessia), altri che i sintomi dell’attacco di panico indichino che stanno “impazzendo” o perdendo il controllo.
Spesso, vi è un vissuto di vergogna associato al sintomo, che ho riscontrato più frequentemente nei maschi rispetto alle femmine.
Negli adolescenti e negli uomini il soffrire di attacchi di panico è considerato come qualcosa che li fa sentire deboli, fragili, qualcosa da tenere nascosto a tutti i costi.
- “Li vivo come una vergogna, una disabilità, una debolezza, qualcosa da nascondere”
- “E’ una parte di me che odio, non mi piace, me ne vergogno, e non voglio che nessuno lo sappia”.
Purtroppo è ancora diffusa un’ideologia tradizionale che associa mascolinità e virilità con l’idea che gli uomini non possano mostrare le proprie emozioni per non rovinare la loro immagine da “duro”. Frasi come “I veri uomini non piangono mai”, “Non fare la femminuccia” possono nel corso della crescita portarli a nascondere emozioni e sentimenti, considerati come un segno di debolezza. Potersi aprire liberamente con il terapeuta e parlare di quegli aspetti di sé e di quelle emozioni che “fuori” ci si sente costretti a nascondere, potrà donare un senso di sollievo iniziale, che ha già di per sé un valore terapeutico.
Quando, per il ripetersi degli attacchi o per il solo timore che questo accada , viene condizionata l’esistenza dell’individuo e viene compromesso il suo funzionamento sociale si configura il quadro clinico del disturbo di panico o disturbo da attacchi di panico. Nell’angoscia di chi soffre di attacchi di panico, c’è sempre il riferimento a una terribile “prima volta”. Ed è rilevante che gli attacchi di panico successivi ad essa non siano tanto crisi d’angoscia diretta, ma crisi di paura che si riattivi l’angoscia di quella “prima volta”. L’ansia anticipatoria è infatti una condizione caratteristica del disturbo da attacchi di panico in cui è presente un’ansia molto elevata di fronte alla possibilità di affrontare situazioni temute (allontanarsi da casa, viaggi, presentare un lavoro a un congresso, ecc.) o rispetto all’eventualità di avere un altro attacco di panico, sperimentando così la “paura della paura”, ovvero di riprovare le sensazioni fisiche interne, percepite come pericolose, che precedentemente hanno tanto spaventato.
L’ansia anticipatoria è il motore scatenante di molti comportamenti di evitamento. La persona può iniziare a evitare i luoghi o le situazioni che creano ansia o panico, decidendo per esempio di rinunciare a un viaggio in aereo, un’occasione lavorativa, una festa, perché inibita- e talvolta paralizzata- dall’ansia che l’attanaglia rispetto all’eventualità di avere un altro attacco di panico, con le inevitabili limitazioni della vita sociale e lavorativa. Un altro elemento che sembra caratterizzare l’ansia anticipatoria legata agli attacchi di panico è il terrore che l’attacco possa verificarsi in un luogo senza via d’uscita.
Il soggetto sembra temere non solo la possibilità che l’attacco si verifichi, ma più che altro l’idea che in preda al panico possa trovarsi in una situazione che non gli consente una via di fuga.
“Ho compreso che non è il treno in sé a farmi paura, ma è il momento in cui le porte si chiudono. Mi sento imprigionato e bloccato, so che non potrò scendere sino alla fermata successiva, e mi terrorizza la possibilità di avere un attacco in un luogo da cui non posso allontanarmi”.
Questa paura di trovarsi bloccato, in preda al panico, in un luogo che non consente vie d’uscita, ha risvegliato in me l’immagine di un bambino molto piccolo, in preda a un “terrore senza nome” (Bion W.R., 1962, Apprendere dall’esperienza), che contiene al suo interno emozioni esplosive (elementi beta), che non riescono a fuoriuscire, cioè a trovare nel caregiver di riferimento un contenitore adeguato che possa dar un nome e un significato alle emozioni che il bambino sente, restituendogliele bonificate. Riprendo il modello teorico bioniano, perché è la formulazione teorica per me più adatta a descrivere ciò che ho riscontrato nella pratica clinica con i pazienti portatori di tale sintomatologia.
Bion, noto psicoanalista britannico nato in India, nella sua teorizzazione sottolinea l’importanza della funzione materna di contenimento, essenziale per un sano sviluppo psichico del bambino, permettendogli di sviluppare la possibilità di pensare (e direi anche di sentire, riconoscere e gestire ciò che sente) che è una funzione della relazione.
Lo psicoanalista parla della capacità materna di revêrie, che è un fattore fondamentale della funzione alfa della madre, indicando con questo termine la capacità della madre di ricevere le impressioni emotive e sensoriali del neonato, convogliate in lei per mezzo dell’identificazione proiettiva (una modalità primitiva del lattante di comunicazione delle proprie esperienze emotive), e di elaborarle in una forma che la psiche del neonato possa quindi reintroiettare e assimilare.
Attraverso questa relazione con il materno gradualmente il bambino svilupperà una propria funzione alfa, che gli permetterà di sganciare il suo apparato psichico da quello della madre, sviluppando un proprio apparato per pensare i pensieri, grazie al quale potrà riconoscere, contenere e gestire gli stati emotivi.
In questo senso la possibilità di pensare è una funzione della relazione.
Bion parla anche del vissuto dei bambini, le cui proiezioni non sono accolte.
Vissuto che, come dicevo poco sopra, sembra presentare delle analogie con il vissuto del paziente “invaso” dal panico. Egli dice che sono esposti all’esperienza di un oggetto impervio, impermeabile e che ricevono indietro proiezioni non filtrate sotto forma di “terrore senza nome”, cioè un panico che deriva dalla perdita di ogni traccia di significato come conseguenza dell’impossibilità di dare un nome alle emozioni e sensazioni grezze che non hanno trovato nel caregiver un contenitore “adeguato”.
L’intento di questo scritto non è quello di identificare una causa primeva del panico, anche perché spesso sono molteplici e diverse da individuo a individuo, ma di gettare una luce su quella funzione mentale interna (funzione alfa) che, nella mia esperienza, risulta spesso compromessa nei pazienti con attacchi di panico.
Il modello bioniano del contenimento ipotizza che l’infante interiorizzi la funzione trasformativa esercitata dal caregiver (funzione alfa) e, attraverso tale interiorizzazione, acquisisca la capacità di contenere o regolare i suoi stati affettivi, relazionandosi “positivamente” con le esperienze emotive che si producono in ogni situazione.
Nel soggetto esposto all’esperienza del panico questa funzione trasformativa appare “fuori uso”, il panico sembra infatti il risultato di un accumulo di emozioni non riconosciute, che hanno creato una sorta di ingorgo che raggiunto il suo apice implode dentro.
Le cause dell’assenza o del malfunzionamento della funzione alfa nei pazienti descritti nel presente articolo possono essere molteplici.
In alcuni casi le origini potrebbero essere molto antiche e radicate nelle esperienze relazionali primarie del soggetto con caregiver che non hanno potuto svolgere l’importante funzione descritta da Bion.
Sottolineo il “non hanno potuto” perché l’esperienza genitoriale è profondamente e inconsciamente influenzata dalla propria esperienza come figli e solo una conoscenza ed elaborazione delle mancanze patite mette al riparo dal non riprodurle, a ruoli invertiti, nella relazione con i propri figli.
In altri casi, esperienze traumatiche ripetute in età adulta potrebbero aver oltrepassato la soglia di tolleranza del soggetto, oppure, situazioni di vita del presente potrebbero aver risvegliato conflitti dolorosi del passato mandando in crisi il funzionamento interno del soggetto.
A partire dal riconoscimento del malfunzionamento della funzione alfa con i pazienti portatori di questa sintomatologia, il terapeuta è chiamato a svolgere un ruolo fondamentale di ripristino di tale funzione. Dovrà funzionare come un contenitore capace di revêrie (la funzione materna primaria descritta da Bion), in modo tale che attraverso la relazione terapeutica il paziente possa gradualmente interiorizzare una propria funzione alfa, che gli consentirà di imparare a riconoscere e gestire le proprie esperienze emotive.
Se il panico sembra infatti riprodurre un vissuto analogo al “terrore senza nome” sperimentato da un bambino piccolo in preda a sensazioni corporee e emozioni esplosive, contiene anche in sé la speranza che quell’urlo possa finalmente sprigionarsi e trovare un contenitore che possa accogliere l’esplosione interna, dipanarla, e addomesticare le emozioni.
Per quanto, infatti, sia un sintomo carico di angoscia e profondamente invalidante, è al tempo stesso portatore di un potente desiderio di guarigione: qualche cosa di informe dentro il soggetto ha un disperato bisogno di farsi sentire, di trovare un Altro (questa è la funzione terapeutica) che gli consenta di venire alla luce, invece che implodere dentro.
Come terapeuti abbiamo il compito di accogliere quel grido di terrore scaturito da emozioni, pensieri, fantasie e conflitti sconosciuti e minacciosi perché “bloccati dentro, senza una via d’uscita” e provare a trasformarlo.
Per farlo dobbiamo provare a ripercorrere con ogni paziente la storia della “terribile prima volta”, non dimenticando mai che se il sintomo “panico” si manifesta con caratteristiche comuni, ogni paziente è diverso, ha una propria storia e il “primo attacco” è una finestra che si aspre su quell’ unica storia, che insieme al paziente possiamo iniziare ad avvicinare per percorrere quel cammino che ci porterà a conoscere il suo mondo interno, e a trasformare quel grido in una voce, la sua.
Ed è così che, viaggiando in treno, terapeuta e paziente potranno attraversare infiniti paesaggi, in un’atmosfera nuova, perché le porte potranno aprirsi e richiudersi in uno scambio continuo tra il dentro e il fuori.