Come accompagnare i figli nel percorso di crescita – Psicologa | Psicoterapeuta | Torino | Gran Madre
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Come accompagnare i figli nel percorso di crescita

Cosa significa crescere? Qual è il compito a cui i nostri ragazzi sono chiamati? Come accompagnare i figli nel percorso di crescita?

L’adolescenza si configura come quella delicata fase di transizione che segna il passaggio dall’infanzia alla conquista di una propria identità adulta. L’adolescente è in cammino per divenire una persona responsabile della propria vita e delle proprie scelte. Crescere rimanda alla possibilità di uno sguardo aperto su un futuro in cui ci si possa avvicinare il più possibile al proprio sogno su se stessi, dando voce alla propria natura più autentica e alle proprie inclinazioni.

Come dimenticare le toccanti parole che, nel film di Almodóvar “Tutto su mia madre”, Agrado, personaggio transessuale di straordinaria e appassionata umanità, rivolge al suo pubblico: “Una persona è tanto più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa”.

Ogni ragazzo deve trovarsi, diventare quello che è, avvicinarsi il più possibile al nucleo profondo del proprio essere, giorno dopo giorno, un passo per volta. In questo tortuoso e affascinante cammino di crescita e individuazione, il padre e la madre giocano un ruolo fondamentale. Il compito di un genitore dovrebbe essere quello di sostenere il figlio in questo percorso, rispettandone l’individualità e sostenendola con fiducia e amore. La capacità del figlio di conquistare la propria autonomia non può infatti prescindere dall’immagine di sé che egli vede riflessa nello sguardo, nelle parole, negli atteggiamenti più spontanei e meno controllati dei genitori, che rivelano la loro attitudine inconscia nei suoi confronti.

Il messaggio dovrebbe essere: “Ti amo per ciò che sei”, e non “Ti amo per ciò che ho bisogno che tu sia”.

Lo psicoanalista Massimo Recalcati, nella terza puntata di “Lessico Famigliare” dedicata al figlio, ci ricorda che: “la vita del figlio ha il pieno diritto di essere difforme e differente dalla vita e dalle aspettative dei genitori. Troppo facile amare il figlio quando corrisponde alle proprie aspettative. Il vero dono della genitorialità è amare il figlio nella sua profonda e radicale differenza”.

Per quanto durante l’adolescenza i ragazzi possano essere strafottenti e conflittuali, hanno un disperato bisogno di sentirsi amati per ciò che sono e di sentire che i genitori credono in loro e ne sostengono la crescita adulta. Un figlio può trovare la propria identità individuale e scegliere la propria vita grazie alla possibilità di trovarsi in uno sguardo genitoriale capace di rispecchiarlo e sostenerlo nella ricerca del suo Sé più vero e autentico.

Cosa succede quando questo sguardo viene a mancare?

Se questo sguardo, capace di riconoscere e valorizzare il figlio nella sua diversità, viene a mancare, il bambino rinuncerà alla sua vera natura e farà qualsiasi cosa per ottenere l’affetto e l’approvazione dei genitori, sacrificando il suo senso di chi è e di cosa sente, in favore di un Sé falso, ma approvato. Questo perché il bisogno più pressante di ogni bambino è quello di sentirsi amato e approvato dalle figure affettive di riferimento, e se sente la richiesta, conscia o inconscia, di un genitore che lui sia in un certo modo, finirà per adattarsi, forse anche in modo inconsapevole, lasciando indietro il cuore del suo essere più autentico e profondo. Percorrerà la strada della compiacenza pur di sentirsi amato. E nulla è più triste di un ragazzo che non ha potuto trovarsi.

Un terzo sguardo

In queste situazioni lo psicoterapeuta può offrire la possibilità di un terzo sguardo sulle dinamiche affettive e relazionali che entrano in gioco nella relazione con i propri figli, accompagnando il genitore a una presa di contatto più profonda con la propria storia familiare e affettiva. I genitori che da bambini non hanno goduto di un clima di collaborazione e tolleranza verso i propri sentimenti, se non hanno avuto la possibilità di elaborare la propria sofferenza, tenderanno a ripetere nella loro vita affettiva adulta un comportamento che nella sostanza riproduce quella lacerazione che li ha tanto fatti soffrire, facendo magari patire i propri figli.

C’è un esempio molto semplice, ma che ritengo estremamente significativo: vi sarà capitato molto spesso di sentire un padre o una madre che si arrabbiano nel vedere il proprio figlio, soprattutto se maschio, piangere: “Ma cosa fai? Smettila! Un vero uomo non piange mai”. Immagino che a quel genitore, da bambino, sia stata preclusa la possibilità di esprimere la tristezza, in quanto emozione disapprovata, e forse anche ridicolizzata. E così, di fronte al timore di perdere l’amore e l’approvazione dei propri genitori, è possibile che abbia inconsciamente amputato dal proprio sé quelle parti più sensibili, che non hanno trovato diritto di cittadinanza. Entrare in contatto con quel dolore infantile consentirebbe al genitore di oggi di comportarsi con il proprio figlio nel modo in cui lui avrebbe desiderato essere accolto e riconosciuto quando era bambino. Potrebbe dare a suo figlio ciò che a lui è mancato.

Se invece quel dolore resta sepolto, il genitore finirà per mettere in atto, nei confronti del  proprio figlio, proprio quel comportamento che in passato ha dolorosamente patito, ma di cui ha perso il ricordo.

Parlare di una sofferenza che, se non elaborata, si trasmette dai genitori ai figli, significa muoversi nel campo di quella dolente comprensione capace di non giudicare che costituisce l’unico vertice possibile per lo psicoterapeuta. Non si tratta di colpe, ma di profonde difficoltà che riguardano la natura più intima di ogni individuo. E’ dunque uno sguardo che apre a nuovi discorsi e nuove letture possibili.

Forse, di fronte alle lacrime del proprio figlio, quel genitore potrà finalmente concedersi la possibilità di accoglierlo in un caloroso abbraccio, prendendosi così cura, non solo della tristezza del figlio, ma anche della sua parte bambina.

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